La legge di Marchionne

Per agganciare la ripresa (ove mai arrivasse) e scommettere sul ritorno della manifattura nei propri confini, il governo dovrebbe “sfidare” quel diavolo di Sergio Marchionne, del quale deve accettare le provocazioni e rilanciare con azioni di politica del lavoro e industriale di cui l’amministratore delegato di Fiat non possa più contestare l’inadeguatezza. Marchionne ha finora svolto un utilissimo ruolo di pungolo e di supplenza politica nell’incandescente materia delle relazioni industriali italiane. Ma se è vero che il manager italo-canadese ha smascherato l’ordine collusivo delle centrali di rappresentanza corporativa italiana – uscendo da Confindustria e andando fino in fondo nella contesa rusticana con Fiom – l’eccezionalismo deve ora finire.
12 AGO 20
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Per agganciare la ripresa (ove mai arrivasse) e scommettere sul ritorno della manifattura nei propri confini, il governo dovrebbe “sfidare” quel diavolo di Sergio Marchionne, del quale deve accettare le provocazioni e rilanciare con azioni di politica del lavoro e industriale di cui l’amministratore delegato di Fiat non possa più contestare l’inadeguatezza. Marchionne ha finora svolto un utilissimo ruolo di pungolo e di supplenza politica nell’incandescente materia delle relazioni industriali italiane. Ma se è vero che il manager italo-canadese ha smascherato l’ordine collusivo delle centrali di rappresentanza corporativa italiana – uscendo da Confindustria e andando fino in fondo nella contesa rusticana con Fiom – l’eccezionalismo deve ora finire. La sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la norma dello Statuto dei lavoratori che rendeva i contratti esigibili anche rispetto alla Fiom dissidente dà in qualche modo ragione a lui, perché fa pulizia in un ordinamento giuridico che non ha mai voluto dotarsi di una normativa coerente in tema di rappresentanza sindacale, abbandonando l’articolo 39 della Costituzione al vuoto programmatico.
Marchionne, probabilmente, immaginava che sarebbe finita così, e cioè che la forzatura di escludere dalla rappresentanza una sigla comunque rappresentativa non sarebbe durata per sempre. E oggi ha ragione a invocare una legge che disciplini una volta per tutte i rapporti di fabbrica in Italia. A costo di rimettere mano alla Costituzione, se necessario. Perché a un investitore non si può chiedere di rischiare il suo capitale senza regole certe e anzi con la certezza – dopo la sentenza della Consulta – del sabotaggio interno da parte di una minoranza organizzata a cui l’anomia regala potere di interdizione, a dispetto di tutto e tutti. La posta di questo gioco non è solo Fiat, ma il sistema paese e la sua capacità attrattiva rispetto all’esterno. Serve un’azione di respiro ampio, anche sulle regole lavoristiche, su cui la recente azione del ministro Giovannini interviene al margine senza mutamenti di paradigma. Nella sua azione di supplenza, la Fiat ha finora dimostrato di sapersi tenere in piedi, continuando a distribuire lavoro e valore, a partire dal “thought in Italy” più che dal “made in Italy”. La pubblicità della 500 diffusa negli Stati Uniti ne è un emblema. Il mondo pare aver voglia di Italia (suoi pregiudizi inclusi), Fiom permettendo.